Il monastero russo di Roma celebra 60 anni di fondazione

Il 14 dicembre 1957 si celebrava la prima liturgia con quattro suore russe: Madre Ekaterina, Madre Arcangela, Madre Evalda e Madre Junia, esuli dalla loro patria in seguito alla rivoluzione d’ottobre e provenienti da congregazioni religiose cattoliche che si dissero disposte alla nuova fondazione. In occasione di questo anniversario vorremmo ricordare la figura straordinaria di sr. Junia Grigorevna Hintz, la quale aveva avuto l’ispirazione a fondare un monastero di rito bizantino quando era carmelitana scalza nel monastero “Regina dei martiri e di san Giuseppe” a La Plata, Argentina.

Il cammino dall’infanzia alla gioventù

Era nata in una famiglia ortodossa, ma poco incline alla religione, il 22 ottobre 1907 a San Pietroburgo. Un’educazione religiosa l’aveva ricevuta dalla njanja (balia), la quale una volta le disse: “Bambina, tu sai che c’è un Dio? Egli punisce i bambini disobbedienti, capricciosi, mandandoli all’inferno con il diavolo e gli spiriti cattivi, invece ama i bimbi buoni e obbedienti, che vanno da Lui in Paradiso con gli angeli”. Sr. Junia ricordava: “Io ero felice nel sapere che c’era Dio. Ho capito che la vita aveva uno scopo e meditavo sopra questa stupenda realtà dell’esistenza di Dio. Una volta andammo al parco come di solito. Durante il tragitto io chiacchieravo, dando la mano alla balia, quando incontrammo un monaco o un sacerdote; allora la balia mi disse: ‘Sta zitta, c’è un uomo di Dio che viene!’… Io compresi che c’era un dovere di rispetto verso di lui e dentro di me pensai: così voglio essere io, quando sarò cresciuta… Nella nostra camera di bambini c’era appesa una bella icona del Salvatore. Avevo anche i libri della Sacra Scrittura e il Catechismo illustrato che avevo chiesto di comprarmi”. Un giorno quando sentì leggere il Vangelo del primato di Pietro (Mt 16,13-19) chiese alla njanja dove fosse adesso Pietro e la balia le disse che i cattolici pensavano che fosse il papa di Roma.
Nel 1914 iniziò la guerra con la Germania e i genitori decisero di trasferirsi a Mosca. Nel 1917 scoppiò la rivoluzione bolscevica e per questo motivo nella primavera del 1918, con la famiglia, la piccola Junia fu costretta ad abbandonare Mosca per fuggire in Crimea nel Sud della Russia, dove rimasero due anni a causa della guerra civile tra i bianchi e i rossi (comunisti). Il padre era un architetto affermato di famiglia nobile per meriti militari ma per perdita di capitale fuori dai favori della famiglia zarista. Egli militava nella controrivoluzione dell’armata bianca scrivendo articoli su di un giornale di destra (anche per guadagnare qualcosa) e poche volte stava con la famiglia, fatto che aggravava la loro situazione. Ancora, sr. Junia ricorda: “Quando i rossi stavano per tornare una seconda volta, ci trovammo sotto la minaccia della fucilazione; la mamma era molto preoccupata e cercò una nave per imbarcarsi e fuggire”. Il 29 febbraio 1920 riuscirono a raggiungere Istanbul, nonostante che il mare fosse stato minato dai turchi e una nave della Croce rossa, che evacuava dei feriti ed era salpata prima di loro, fosse saltata in aria. Su quella nave avrebbero dovuto salire anche loro, ma il capitano si era rifiutato di prenderli con sé, perché la nave era già troppo carica. Comunque il proseguimento del viaggio fu molto difficile, finché la mamma non riuscì a unirsi a un gruppo di serbi che andavano in Jugoslavia in treno. Nella loro condizione di profughi furono sbattuti da un luogo all’altro. In autunno dovettero ritornare a Costantinopoli, perché lì il papà aveva trovato lavoro come architetto per rinnovare la facciata dell’ambasciata russa, li aveva cercati e li aspettava. Lì i bambini frequentarono la scuola inglese. Nella primavera del 1921 si spostarono di nuovo in Serbia e sr. Junia con il fratellino furono iscritti al ginnasio russo. Furono a Novi Sad e Petrovaradin dal 1921 al 1922. Nell’estate del 1922 erano a Vojnova Voda e poi nell’autunno del 1922 a Zagabria. Nell’inverno 1922 furono a Spalato, Castel Cambi (Croazia) e poi a Belgrado. L’estate dell’anno 1923 la trascorsero a Topčidersko Brdo nei pressi di Belgrado. A causa della lunga separazione i genitori divorziarono (il divorzio è permesso dalla Chiesa ortodossa), ma la mamma morì poco dopo in un incidente ferroviario. Il padre si sposò in seconde nozze a Belgrado con una ballerina di origine polacca e decise di partire per il Sud America. Il 15 ottobre 1923 Junia, con la benedizione di un sacerdote, partì con il padre e il fratellino per l’Uruguay dal porto di Cherbourg in Normandia (Francia) su una nave inglese della Royal Mail raggiungendo Montevideo il 2 novembre. A 17 anni cominciò a lavorare all’Osservatorio meteorologico di Montevideo.

Il cammino spirituale da monaca a eremita

Affascinata dalla figura di san Francesco (per il quale in seguito compose un inno akatisto) il 31 ottobre 1929 sr. Junia si fece cattolica e avrebbe desiderato entrare tra le clarisse ma vi rinunciò, a causa della regola che a quei tempi imponeva alle suore di non mostrare il volto neppure ai familiari, non volendo dare al papà un dolore troppo grande. Così nel 1933 entrò al Carmelo, fondato solo due anni prima, la cui fondatrice e priora aveva destinato la sua eredità di famiglia affinché a La Plata ci fosse un monastero. Nel Carmelo sr. Junia conobbe, e apprezzò per tutta la vita, i due grandi maestri: Teresa d’Avila e il prediletto Giovanni della Croce, del quale tradusse in versi russi alcune composizioni. Il monastero era poverissimo, i pagliericci sui quali dormivano le monache erano fatti di foglie di mais e l’umidità era tale che erano sempre bagnati, rivestiti di tela rozza che si cambiava ogni sei mesi, mentre i muri delle celle erano ricoperti di muffa. Non si poteva parlare assolutamente di niente, unicamente del necessario, dell’indispensabile, a parte le ricreazioni di un’ora dopo ogni pasto: tutto il resto della giornata si trascorreva sul pavimento della cella in preghiera e lettura spirituale. Il clima, per la maggior parte dell’anno, era torrido; zanzare e insetti innumerevoli mettevano a prova la pazienza delle povere monache.

Nel Carmelo

Scrive sr. Junia: “Nel 1949 conobbi P. Vsevolod Roshko, missionario arrivato dall’Alaska. Il primo pensiero di fondare un Carmelo femminile di rito bizantino mi venne al termine della celebrazione della Divina Liturgia celebrata da lui in slavo nella cappella del nostro Carmelo nel 1952. Tale pensiero era condiviso da P. Felipe De Regis S.I. della missione russa di Buenos Aires e dalla Madre Priora del Carmelo. Quest’ultima, dopo averci riflettuto sopra, nel chiostro all’improvviso mi disse: ‘Credo sia una buona idea da realizzare’ ”. Il 23 giugno 1953 sr. Junia lasciò il monastero carmelitano di La Plata, commiatandosi per sempre dall’amato papà, e si recò in Francia al Carmelo di Meaux, dove doveva incontrarsi con una carmelitana inglese, sr. Gabriella, e con delle bulgare cacciate dal loro Carmelo di Sofia a causa del comunismo, per iniziare la nuova fondazione. Ma l’incontro con le altre carmelitane non ebbe successo: le idee erano molto diverse e i caratteri troppo originali. Del Carmelo di Meaux raccontava spesso la vita molto ascetica che vi regnava: l’inverno il freddo era intenso, l’acqua per lavarsi ghiacciava nel catino. A colazione le monache ricevevano una sola fetta di pane e la razione era uguale per tutte.
Insieme a sr. Gabriella sr. Junia scrisse una lettera al Card. Eugenio Tisserant per avere un’udienza con lui in merito alla fondazione del Carmelo di rito orientale. Quando giunse da Roma l’invito di recarsi dal Cardinale, la Priora invitò sr. Junia a non andare e a rimanere con loro. Al suo rifiuto l’atteggiamento verso di lei si fece ostile. Scrive sr. Junia nelle sue memorie: “Sua Eminenza scrisse alla Priora di farmi andare a Roma se l’avessi desiderato. La lettera d’invito, firmata dal Vicario Generale dei Carmelitani (al tempo P. Marie-Eugène de l’Enfant-Jésus, oggi beato) si conserva nell’archivio del Carmelo. Arrivai a Roma il 15 luglio 1954 e il giorno dopo ebbi un’udienza di mezz’ora con Sua Eminenza alla Congregazione per le Chiese orientali. Non c’era nessun’altra suora”. Sr. Junia racconta che il Cardinale, ben noto per la sua scienza di orientalista, non disse neanche una parola riguardo alla nuova fondazione e parlò di temi del tutto estranei a questo. Lei si rendeva conto che il carattere latino del Carmelo e la sua concezione della vita di preghiera si conciliava a fatica con la forma di vita monastica orientale. In un colloquio con il Superiore Generale di allora dell’Ordine carmelitano, p. Anastasio Ballestrero, gli confidò le sue perplessità: “Sarebbe sufficiente cambiare un po’ la regola di Santa Teresa”. Al che il padre le rispose: “Chi si crede di essere lei per riformare la regola di santa Teresa?”. E lei allora si disse subito d’accordo con lui. La Congregazione per le Chiese orientali decise che il monastero non sarebbe stato nella forma pensata da sr. Junia, bensì un monastero secondo la spiritualità e i costumi russi. Il Cardinale aveva parlato con il Papa Pio XII, il quale benedisse l’iniziativa di fondare un monastero russo di rito bizantino. Il pontefice era stato ordinato vescovo il 13 maggio 1917, quando avvenne la prima apparizione della Madre di Dio a Fatima ed era rimasto molto colpito da questa coincidenza. Pio XII nel corso del suo pontificato intraprese molte iniziative a favore della Russia, compresa la fondazione del monastero russo di Roma. Sr. Junia aveva avuto anche una corrispondenza con sr. Lucia di Fatima. Le aveva chiesto il suo parere riguardo alla fondazione del monastero russo e lei aveva risposto positivamente.
Sr. Junia, in attesa di iniziare la fondazione, fu ospitata presso il monastero “Tre Madonne” e lì rimase fino al 2 ottobre 1957. In via della Pisana giunse con le altre suore russe il 14 dicembre 1957. Il 16 marzo 1958 vestì la rjasa (professione semplice) e l’8 settembre 1959 la mantja (professione solenne del piccolo schema).

Nel Monastero russo

Avendo un buon talento artistico si mise in contatto con il monaco iconografo Grigorij Krug, il quale tramite corrispondenza la aiutò a imparare la scrittura di icone secondo la tecnica della tempera ad uovo. Fu una pioniera nel far conoscere l’iconografia in Occidente e svolse anche vari corsi di iconografia per insegnarla. Tante sue icone si trovano in Italia e all’estero.
Nel 1986 ricevette la consacrazione del grande schema, ovvero della vita eremitica che condusse negli ultimi anni della sua vita in una casetta attigua all’edificio del monastero. Con il permesso dell’Igumena riceveva persone in cerca di consigli per la loro vita di fede. Nei colloqui con la monaca, sempre accogliente e piena di attenzione per coloro che andavano a visitarla, accadeva che le persone senza nemmeno esprimere i loro problemi o le loro richieste nel corso del colloquio ricevevano la risposta a quello che più le affliggeva o preoccupava. Madre Junia aveva il dono di una benevola ironia, che le permetteva di accettare con serenità le piccole tensioni – dovute alle differenze dei temperamenti e dei caratteri – che la vita comunitaria inevitabilmente porta con sé: un’ironia esercitata anche nei propri confronti. Una volta si parlava della “preghiera del cuore” e, mostrando i cetki (rosario a nodi) che aveva sempre con sé, usurati dalla pratica continua nel suo piccolo eremo, disse ammiccando e sorridendo: “Questi servono solo per ‘far vedere’…”.
È entrata nella vita eterna il 25 luglio 1998 a Roma. Per quanti l’hanno conosciuta il suo ricordo rimane indelebile con il suo cuore accogliente e le sue attenzioni verso ogni bisogno, il suo fare affabile e socievole, l’indole allegra, la conversazione scorrevole e i suoi occhi azzurri trasparenti rivolti verso il cielo del quale portavano il riflesso e la nostalgia!

Dicembre 2017

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