In ricordo di Madre Ekaterina

Dalla Lettera dal monastero della Dormizione di Maria, n. 45, 21 novembre 2010

Dio è amore; chi rimane nell’amore rimane in Dio e Dio rimane in lui”. Questa parola dalla I lettera di san Giovanni (4,16) Madre Ekaterina amava ripetere in latino e riassume bene la sua vita. Il giorno di Natale di quest’anno (2010, ndr) avrebbe compiuto 99 anni. Profondamente legata alle sue radici russe, patria tanto amata e tanto sofferta che non poté rivedere mai più, a scapito di diversi tentativi non è riuscita a ritrovare il paese nativo di Zatiščie perché sulla cartina geografica se ne contano cinque in luoghi diversi. Lei non amava raccontare le vicende penose della sua infanzia. Quando qualche ospite chiedeva della sua provenienza, il suo volto sempre si oscurava dicendo di non sapere dove si trovava la sua città natale e faceva raccontare la storia della sua infanzia da una delle consorelle presenti. Un misterioso disegno della Provvidenza fin da bambina l’ha spogliata di tutto per attirarla completamente a sé. Ha donato a Dio con fedeltà, gioia e con tutto il cuore l’intera sua vita: il 7 dicembre 2010 avrebbe raggiunto 80 anni di vita religiosa.

Il 25 dicembre nel calendario ortodosso è la festa di sant’Eugenia, motivo per cui al Battesimo ricevette questo nome. Un singolare incidente fu sempre da lei considerato un segno della sua vita consacrata a Dio: nel rito bizantino i maschi al Battesimo vengono introdotti dietro l’iconostasi per far fare loro un giro attorno all’altare, ma le bambine no. Per una disattenzione, la piccola Eugenia scivolò dalle braccia della madrina e rotolò al di là dell’iconostasi, nel sancta sanctorum.

Ebbe un’infanzia felice, finché iniziarono i tempi burrascosi della rivoluzione comunista dei quali visse in prima persona tutta la drammaticità in quanto figlia di un ufficiale dello zar. In famiglia ricevette un’educazione molto rigida ma anche fortemente cristiana. Raccontava Madre Ekaterina: «La mia famiglia era profondamente credente. La domenica di carnevale, prima di iniziare la Grande Quaresima, come era consuetudine nelle famiglie ortodosse russe, ci si riuniva, e chiedevamo perdono reciprocamente, la mamma al papà e viceversa, poi noi bambiniMia mamma mi ha insegnato ad amare anche quelli che non ci amano e a non farsi vendetta da sé ma a mettere tutto nelle mani di Dio». Essendo ancora piccola, Eugenia non capiva bene quello che stava avvenendo, ma si accorgeva di piccole cose che, gradualmente, cambiavano la vita del popolo russo: a scuola non si poté più pregare e a casa prima dei pasti i suoi genitori si raccoglievano in silenzio per qualche istante facendosi un piccolo segno di croce sul petto, di nascosto per paura che i bambini potessero vederlo e parlarne fuori. Il cibo cominciava a mancare ma la mamma condivideva sempre il pane con quelli che non lo avevano. La bambina frequentava due sorelle, monache ortodosse clandestine, che lavoravano come sarte per sostenersi, dalle quali imparò l’importanza della preghiera.

Nel 1920 la famiglia Morosoff fu costretta a fuggire dalla Russia, cercando rifugio all’estero: Eugenia aveva solo nove anni. Durante la fuga verso la Polonia, perse tutta la sua famiglia: suo padre fu catturato dai bolscevichi e fucilato a Tula; la madre, colta da malore, morì durante il viaggio. Il colpo più duro per lei fu, però, la morte del fratellino Ivan, di cinque anni, stremato probabilmente dalla fame e dalla fuga. Era rimasta sola al mondo, in un paese straniero e non aveva più nessuno. Eugenia si ammalò gravemente e fu ricoverata all’ospedale con febbri altissime. Dimessa dall’ospedale, fu portata per la convalescenza in un orfanotrofio a Sulejuwek, alla periferia di Varsavia, dove i bambini vivevano in delle baracche e dormivano sulla nuda tavola con sopra una coperta. Lì rimase per due anni circa.

Nel maggio 1922 Eugenia fu trasferita a Jodoigne (Belgio), in una scuola-colonia per bambini russi orfani organizzata dalla regina del Belgio. I sorveglianti e gli insegnanti di scuola erano tutti russi, tutte le lezioni si tenevano in russo, per questo lei non dimenticò la sua lingua madre. Qui rimase fino al 5 settembre 1924. La regina del Belgio curava personalmente la loro educazione e andava spesso a far loro visita. Successivamente, fino ai 19 anni, le bambine furono accolte nell’Istituto san Giuseppe a Verviers, una casa per giovani delle Figlie della Carità. Il 29 giugno 1927, con altri bambini fece il passaggio dall’ortodossia al cattolicesimo, con il permesso, su decreto del Sommo Pontefice stesso, di mantenere il rito bizantino.

Il 7 dicembre 1930, alla vigilia della festa dell’Immacolata, Eugenia entrò nella Compagnia delle Figlie della Carità di san Vincenzo de’ Paoli in Belgio. Essendo sola al mondo, le Figlie della Carità diventarono per lei la sua famiglia in ogni senso. L’8 marzo 1932 fu destinata all’ospedale civile di Nivelles, dove emise i voti il 16 marzo 1936, assumendo con la professione il nome di sr. Cecilia. Lavorò in vari reparti dell’ospedale di Nivelles fino a settembre del 1957 come infermiera professionale.

Madre Ekaterina ripensava spesso agli episodi della sua vita da infermiera, svolta con tanto amore e dedizione, delle vicende di tanti malati ricordava anche i particolari. Raccontava: «Al mattino ci alzavamo alle 4 e se facevamo il turno di notte in ospedale lavoravamo un giorno e una notte di seguito. Una volta, finito il turno di notte, ero talmente stanca che quando mi inginocchiai a terra per recitare la preghiera, caddi in avanti e la superiora mi trovò addormentata con il naso contro il pavimento».

Aveva un rapporto speciale con i bambini. Una volta una bambina molto piccola venne a trovarla in convento ma non era orario delle visite. Al rifiuto della Madre Superiora di chiamare sr. Cecilia, la bambina si inginocchiò davanti a una statua di san Vincenzo, credendo fosse san Giuseppe, pregando: «San Giuseppe, fa’ che io possa salutare sr. Cecilia!». A quella vista, la superiora si commosse e la chiamò.

Quando la Sacra Congregazione per le Chiese Orientali volle fondare in Roma il monastero della Dormizione di Maria, anche per desiderio del Santo Padre Pio XII, si cominciò a ricercare e a visitare alcune religiose di origine russa che si trovavano in monasteri o congregazioni di rito latino. Il card. Tisserant, grande conoscitore dell’Oriente e allora Prefetto della Sacra Congregazione per le Chiese Orientali, desiderava un monastero di rito bizantino dove si vivesse secondo gli usi e costumi dei monasteri ortodossi per pregare per l’allora difficile situazione della Chiesa in Russia sotto il giogo comunista e per implorare l’unità della Chiesa, soprattutto con i fratelli ortodossi. Si pensava con ciò di dare a delle suore russe la possibilità di vivere una vita monastica più consona alle loro origini e alla loro mentalità. All’inizio del 1956 cinque di esse, dal Belgio, Germania, Francia, furono fatte venire a Roma dove incontrarono alcuni ecclesiastici desiderosi della nuova fondazione, che illustrarono loro il progetto del monastero. Questo tempo servì loro per fare reciproca conoscenza e riflettere sulla nuova vita monastica orientale loro proposta. Venne adattata a monastero una casa colonica presente su di una proprietà acquistata a tale scopo dal Card. Tisserant, in via della Pisana 342. Dopo questa esperienza le suore ritornarono ai loro monasteri per venire poi definitivamente a Roma l’anno seguente.

Sr. Cecilia giunse a Roma dal Belgio all’inizio di ottobre del 1957. Il 7 ottobre si celebrò la prima Divina Liturgia al Pontificio Collegio Russicum nella cappella di santa Teresa del Bambin Gesù, patrona della Russia. Amava la vita di consacrazione presso le Figlie della Carità e le costò molto doverle lasciare per venire a fondare il monastero a Roma. Fu da parte sua un puro atto di obbedienza alla Chiesa e ai Superiori ma, una volta che lo ebbe fatto, non si voltò mai indietro e affrontò ogni difficoltà ripetendo il suo «fiat» ogni giorno, pur mantenendo uno stretto legame con le Figlie della Carità, che hanno sempre e in ogni modo aiutato il monastero, soprattutto nei difficili anni del suo nascere.

Il 14 dicembre 1957, quando i locali furono pronti ad accoglierle, le suore si riunirono al monastero Uspenskij e il 15 dicembre 1957 veniva celebrata la prima liturgia. Il 16 marzo 1958, assieme ad altre tre suore, fece la consacrazione di rjasofora senza rito (voti temporanei) e l’8 settembre 1959 la consacrazione del piccolo schema (voti perpetui) prendendo il nome di Ekaterina. Fu Superiora della piccola comunità fin dal 1959 e in seguito nominata a vita.

Aiutava sempre le suore iconografe Irene e Cristina a scrivere le icone, alcune le ha scritte anche lei. Cuciva paramenti, confezionava mitre, soprattutto per il rito bizantino. In comunità si è sempre occupata della sagrestia, della preparazione del pane eucaristico (prosfore), del giardino, delle pulizie e del pollaio. Nel silenzio della sua cella confezionava tanti ciotki (rosari di lana annodati), soprattutto quando, avanti negli anni, aveva difficoltà di movimento e non poteva più occuparsi di altre cose.

Era molto intonata e in chiesa cantava la seconda voce, anche se forzatamente perché la sua voce era di soprano. Aveva una grande passione per le materie letterarie e soprattutto per la lingua russa: spesso consultava il vocabolario per trovare la parola giusta o conoscerne le sfumature.

L’8 dicembre 1981, Sua Eccellenza mons. Miroslav Stefan Marusyn, Segretario della Congregazione per le Chiese Orientali, durante una celebrazione nella chiesa del Russicum le impartì la benedizione di Igumena (abadessa), consegnandole la croce pettorale. La mancanza di vocazioni nel monastero la affliggeva anche se ne parlava raramente. Il grande merito di Madre Ekaterina è stato quello di essere riuscita a tenere unita una comunità certamente non facile, con sorelle che avevano molto sofferto, con ferite profonde nell’anima e provenienti da esperienze di vita e da comunità religiose diverse.

Per tutta la sua vita ha pregato e offerto tanto. Ormai era anziana e con gravi difficoltà nel movimento (anche per una lussazione congenita all’anca), si recava nel santuario dietro l’iconostasi e là restava per ore a pregare per le tante intenzioni a lei affidate. Quando ormai aveva poche forze anche per pregare, si vedeva spesso prendere la sua croce pettorale di Igumena, o quella del suo rosario, e baciare le cinque piaghe del crocifisso in silenzio ma con una tenerezza che faceva commuovere. Al collo, nascosto sotto il velo, portava sempre un rosario a grani grossi perché diceva: «Così quando sto in compagnia di qualcuno posso continuare a pregare». Le privazioni subite fin da giovane le furono causa di tanti dolori, soprattutto alle ossa, che sopportò con grande spirito di sacrificio. A chiunque l’aiutava nella sua immobilità si mostrava sempre riconoscente, donando un grande sorriso. Nei momenti in cui aveva meno dolori scherzava, raccontava aneddoti, cantava canti russi e recitava poesie e preghiere imparate da bambina. Le costava essere di peso per gli altri e diceva di voler morire per non dare tanto lavoro e preoccupazioni.

Al suo funerale, i presenti dicevano che si respirava tanta speranza: niente di cupo o di opprimente, come lei era sempre solare, serena, non si scoraggiava mai e poneva ogni preoccupazione in Dio. È deceduta il 18 maggio, che quest’anno (2010, ndr) cadeva tra l’Ascensione e la Pentecoste, e significativamente la Chiesa cattolica e ortodossa hanno celebrato la Pasqua lo stesso giorno. La tradizione orientale dice che quando il trapasso avviene tra la Pasqua e la Pentecoste le porte del Paradiso sono spalancate. Il giorno del suo funerale, il 20 maggio nel pomeriggio, ci fu nell’aula Nervi un concerto offerto dal Patriarca di Mosca con orchestra e coro sinodale russo, alla presenza del Santo Padre e del metropolita Ilarione nell’ambito delle «Giornate della cultura e della spiritualità russa in Vaticano».

La domenica dopo la Pentecoste nel rito bizantino si celebra la festa di tutti i santi e quella successiva la festa di tutti i santi russi in particolare. Pensiamo la nostra madre nella liturgia celeste senza fine, assieme ai santi e ai tanti martiri russi del XX secolo, alla sua famiglia, alle sorelle con le quali ha condiviso la consacrazione totale a Dio, prima tra le Figlie della Carità e poi nel monastero.

Nel tropario della solennità della Dormizione di Maria si canta: «Nella tua Dormizione non hai abbandonato il mondo, perché Tu sei la Madre di Dio». Vogliamo credere che Madre Ekaterina, per tanti anni madre amorevole e premurosa della comunità della Dormizione di Maria, seguirà le impronte della Madre di Dio e anche lei dal cielo non abbandonerà nessuno di quelli che chiederanno il suo aiuto.

Ringrazio tutti coloro che in tanti modi ci hanno dimostrato la loro vicinanza e amicizia, auguro un sereno Avvento e un santo Natale con il reciproco ricordo nella preghiera, sr. Elena Maria

Roma, 21 novembre 2010, festa dell’Ingresso al Tempio della SS. Madre di Dio.

Per offerte o intenzioni:

BANCA PROSSIMA, filiale di Milano 5000, intestato a Monastero Russo Uspenskij
IBAN: IT73L0335901600100000114589 BIC: BCITITMX

Preghiera di Madre Ekaterina

Il Signore ha instaurato il suo regno, si è rivestito di splendore
Sal 92,1

Dio, Gesù, è opera tua adornarmi, io sono tua per sempre!
Nel compimento del mio servizio alla comunità, donami tutto quello di cui ho bisogno sia a me che alle sorelle che Tu mi hai affidato.
Tu lo sai, rendimi forte,
opera in me quello che io devo compiere sempre per Te.
O Signore dammi le parole del tuo amore,
dammi di dimenticare tutto quello che distrugge l’amore
e di continuare ad amare, come Tu Signore mi ami.
Fammi comprendere, o Signore, il Tuo amore,
in me il Tuo amore si manifesti senza limiti.
Io sono tua, sia fatta la Tua volontà !
Santissima Madre di Dio, Tu sei mia Madre,
prendimi tra le tue braccia e custodiscimi.

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