Il monastero russo di Roma celebra 60 anni di fondazione

Il 14 dicembre 1957 si celebrava la prima liturgia con quattro suore russe: Madre Ekaterina, Madre Arcangela, Madre Evalda e Madre Junia, esuli dalla loro patria in seguito alla rivoluzione d’ottobre e provenienti da congregazioni religiose cattoliche che si dissero disposte alla nuova fondazione. In occasione di questo anniversario vorremmo ricordare la figura straordinaria di sr. Junia Grigorevna Hintz, la quale aveva avuto l’ispirazione a fondare un monastero di rito bizantino quando era carmelitana scalza nel monastero “Regina dei martiri e di san Giuseppe” a La Plata, Argentina.

Il cammino dall’infanzia alla gioventù

Era nata in una famiglia ortodossa, ma poco incline alla religione, il 22 ottobre 1907 a San Pietroburgo. Un’educazione religiosa l’aveva ricevuta dalla njanja (balia), la quale una volta le disse: “Bambina, tu sai che c’è un Dio? Egli punisce i bambini disobbedienti, capricciosi, mandandoli all’inferno con il diavolo e gli spiriti cattivi, invece ama i bimbi buoni e obbedienti, che vanno da Lui in Paradiso con gli angeli”. Sr. Junia ricordava: “Io ero felice nel sapere che c’era Dio. Ho capito che la vita aveva uno scopo e meditavo sopra questa stupenda realtà dell’esistenza di Dio. Una volta andammo al parco come di solito. Durante il tragitto io chiacchieravo, dando la mano alla balia, quando incontrammo un monaco o un sacerdote; allora la balia mi disse: ‘Sta zitta, c’è un uomo di Dio che viene!’… Io compresi che c’era un dovere di rispetto verso di lui e dentro di me pensai: così voglio essere io, quando sarò cresciuta… Nella nostra camera di bambini c’era appesa una bella icona del Salvatore. Avevo anche i libri della Sacra Scrittura e il Catechismo illustrato che avevo chiesto di comprarmi”. Un giorno quando sentì leggere il Vangelo del primato di Pietro (Mt 16,13-19) chiese alla njanja dove fosse adesso Pietro e la balia le disse che i cattolici pensavano che fosse il papa di Roma.
Nel 1914 iniziò la guerra con la Germania e i genitori decisero di trasferirsi a Mosca. Nel 1917 scoppiò la rivoluzione bolscevica e per questo motivo nella primavera del 1918, con la famiglia, la piccola Junia fu costretta ad abbandonare Mosca per fuggire in Crimea nel Sud della Russia, dove rimasero due anni a causa della guerra civile tra i bianchi e i rossi (comunisti). Il padre era un architetto affermato di famiglia nobile per meriti militari ma per perdita di capitale fuori dai favori della famiglia zarista. Egli militava nella controrivoluzione dell’armata bianca scrivendo articoli su di un giornale di destra (anche per guadagnare qualcosa) e poche volte stava con la famiglia, fatto che aggravava la loro situazione. Ancora, sr. Junia ricorda: “Quando i rossi stavano per tornare una seconda volta, ci trovammo sotto la minaccia della fucilazione; la mamma era molto preoccupata e cercò una nave per imbarcarsi e fuggire”. Il 29 febbraio 1920 riuscirono a raggiungere Istanbul, nonostante che il mare fosse stato minato dai turchi e una nave della Croce rossa, che evacuava dei feriti ed era salpata prima di loro, fosse saltata in aria. Su quella nave avrebbero dovuto salire anche loro, ma il capitano si era rifiutato di prenderli con sé, perché la nave era già troppo carica. Comunque il proseguimento del viaggio fu molto difficile, finché la mamma non riuscì a unirsi a un gruppo di serbi che andavano in Jugoslavia in treno. Nella loro condizione di profughi furono sbattuti da un luogo all’altro. In autunno dovettero ritornare a Costantinopoli, perché lì il papà aveva trovato lavoro come architetto per rinnovare la facciata dell’ambasciata russa, li aveva cercati e li aspettava. Lì i bambini frequentarono la scuola inglese. Nella primavera del 1921 si spostarono di nuovo in Serbia e sr. Junia con il fratellino furono iscritti al ginnasio russo. Furono a Novi Sad e Petrovaradin dal 1921 al 1922. Nell’estate del 1922 erano a Vojnova Voda e poi nell’autunno del 1922 a Zagabria. Nell’inverno 1922 furono a Spalato, Castel Cambi (Croazia) e poi a Belgrado. L’estate dell’anno 1923 la trascorsero a Topčidersko Brdo nei pressi di Belgrado. A causa della lunga separazione i genitori divorziarono (il divorzio è permesso dalla Chiesa ortodossa), ma la mamma morì poco dopo in un incidente ferroviario. Il padre si sposò in seconde nozze a Belgrado con una ballerina di origine polacca e decise di partire per il Sud America. Il 15 ottobre 1923 Junia, con la benedizione di un sacerdote, partì con il padre e il fratellino per l’Uruguay dal porto di Cherbourg in Normandia (Francia) su una nave inglese della Royal Mail raggiungendo Montevideo il 2 novembre. A 17 anni cominciò a lavorare all’Osservatorio meteorologico di Montevideo.

Il cammino spirituale da monaca a eremita

Affascinata dalla figura di san Francesco (per il quale in seguito compose un inno akatisto) il 31 ottobre 1929 sr. Junia si fece cattolica e avrebbe desiderato entrare tra le clarisse ma vi rinunciò, a causa della regola che a quei tempi imponeva alle suore di non mostrare il volto neppure ai familiari, non volendo dare al papà un dolore troppo grande. Così nel 1933 entrò al Carmelo, fondato solo due anni prima, la cui fondatrice e priora aveva destinato la sua eredità di famiglia affinché a La Plata ci fosse un monastero. Nel Carmelo sr. Junia conobbe, e apprezzò per tutta la vita, i due grandi maestri: Teresa d’Avila e il prediletto Giovanni della Croce, del quale tradusse in versi russi alcune composizioni. Il monastero era poverissimo, i pagliericci sui quali dormivano le monache erano fatti di foglie di mais e l’umidità era tale che erano sempre bagnati, rivestiti di tela rozza che si cambiava ogni sei mesi, mentre i muri delle celle erano ricoperti di muffa. Non si poteva parlare assolutamente di niente, unicamente del necessario, dell’indispensabile, a parte le ricreazioni di un’ora dopo ogni pasto: tutto il resto della giornata si trascorreva sul pavimento della cella in preghiera e lettura spirituale. Il clima, per la maggior parte dell’anno, era torrido; zanzare e insetti innumerevoli mettevano a prova la pazienza delle povere monache.

Nel Carmelo

Scrive sr. Junia: “Nel 1949 conobbi P. Vsevolod Roshko, missionario arrivato dall’Alaska. Il primo pensiero di fondare un Carmelo femminile di rito bizantino mi venne al termine della celebrazione della Divina Liturgia celebrata da lui in slavo nella cappella del nostro Carmelo nel 1952. Tale pensiero era condiviso da P. Felipe De Regis S.I. della missione russa di Buenos Aires e dalla Madre Priora del Carmelo. Quest’ultima, dopo averci riflettuto sopra, nel chiostro all’improvviso mi disse: ‘Credo sia una buona idea da realizzare’ ”. Il 23 giugno 1953 sr. Junia lasciò il monastero carmelitano di La Plata, commiatandosi per sempre dall’amato papà, e si recò in Francia al Carmelo di Meaux, dove doveva incontrarsi con una carmelitana inglese, sr. Gabriella, e con delle bulgare cacciate dal loro Carmelo di Sofia a causa del comunismo, per iniziare la nuova fondazione. Ma l’incontro con le altre carmelitane non ebbe successo: le idee erano molto diverse e i caratteri troppo originali. Del Carmelo di Meaux raccontava spesso la vita molto ascetica che vi regnava: l’inverno il freddo era intenso, l’acqua per lavarsi ghiacciava nel catino. A colazione le monache ricevevano una sola fetta di pane e la razione era uguale per tutte.
Insieme a sr. Gabriella sr. Junia scrisse una lettera al Card. Eugenio Tisserant per avere un’udienza con lui in merito alla fondazione del Carmelo di rito orientale. Quando giunse da Roma l’invito di recarsi dal Cardinale, la Priora invitò sr. Junia a non andare e a rimanere con loro. Al suo rifiuto l’atteggiamento verso di lei si fece ostile. Scrive sr. Junia nelle sue memorie: “Sua Eminenza scrisse alla Priora di farmi andare a Roma se l’avessi desiderato. La lettera d’invito, firmata dal Vicario Generale dei Carmelitani (al tempo P. Marie-Eugène de l’Enfant-Jésus, oggi beato) si conserva nell’archivio del Carmelo. Arrivai a Roma il 15 luglio 1954 e il giorno dopo ebbi un’udienza di mezz’ora con Sua Eminenza alla Congregazione per le Chiese orientali. Non c’era nessun’altra suora”. Sr. Junia racconta che il Cardinale, ben noto per la sua scienza di orientalista, non disse neanche una parola riguardo alla nuova fondazione e parlò di temi del tutto estranei a questo. Lei si rendeva conto che il carattere latino del Carmelo e la sua concezione della vita di preghiera si conciliava a fatica con la forma di vita monastica orientale. In un colloquio con il Superiore Generale di allora dell’Ordine carmelitano, p. Anastasio Ballestrero, gli confidò le sue perplessità: “Sarebbe sufficiente cambiare un po’ la regola di Santa Teresa”. Al che il padre le rispose: “Chi si crede di essere lei per riformare la regola di santa Teresa?”. E lei allora si disse subito d’accordo con lui. La Congregazione per le Chiese orientali decise che il monastero non sarebbe stato nella forma pensata da sr. Junia, bensì un monastero secondo la spiritualità e i costumi russi. Il Cardinale aveva parlato con il Papa Pio XII, il quale benedisse l’iniziativa di fondare un monastero russo di rito bizantino. Il pontefice era stato ordinato vescovo il 13 maggio 1917, quando avvenne la prima apparizione della Madre di Dio a Fatima ed era rimasto molto colpito da questa coincidenza. Pio XII nel corso del suo pontificato intraprese molte iniziative a favore della Russia, compresa la fondazione del monastero russo di Roma. Sr. Junia aveva avuto anche una corrispondenza con sr. Lucia di Fatima. Le aveva chiesto il suo parere riguardo alla fondazione del monastero russo e lei aveva risposto positivamente.
Sr. Junia, in attesa di iniziare la fondazione, fu ospitata presso il monastero “Tre Madonne” e lì rimase fino al 2 ottobre 1957. In via della Pisana giunse con le altre suore russe il 14 dicembre 1957. Il 16 marzo 1958 vestì la rjasa (professione semplice) e l’8 settembre 1959 la mantja (professione solenne del piccolo schema).

Nel Monastero russo

Avendo un buon talento artistico si mise in contatto con il monaco iconografo Grigorij Krug, il quale tramite corrispondenza la aiutò a imparare la scrittura di icone secondo la tecnica della tempera ad uovo. Fu una pioniera nel far conoscere l’iconografia in Occidente e svolse anche vari corsi di iconografia per insegnarla. Tante sue icone si trovano in Italia e all’estero.
Nel 1986 ricevette la consacrazione del grande schema, ovvero della vita eremitica che condusse negli ultimi anni della sua vita in una casetta attigua all’edificio del monastero. Con il permesso dell’Igumena riceveva persone in cerca di consigli per la loro vita di fede. Nei colloqui con la monaca, sempre accogliente e piena di attenzione per coloro che andavano a visitarla, accadeva che le persone senza nemmeno esprimere i loro problemi o le loro richieste nel corso del colloquio ricevevano la risposta a quello che più le affliggeva o preoccupava. Madre Junia aveva il dono di una benevola ironia, che le permetteva di accettare con serenità le piccole tensioni – dovute alle differenze dei temperamenti e dei caratteri – che la vita comunitaria inevitabilmente porta con sé: un’ironia esercitata anche nei propri confronti. Una volta si parlava della “preghiera del cuore” e, mostrando i cetki (rosario a nodi) che aveva sempre con sé, usurati dalla pratica continua nel suo piccolo eremo, disse ammiccando e sorridendo: “Questi servono solo per ‘far vedere’…”.
È entrata nella vita eterna il 25 luglio 1998 a Roma. Per quanti l’hanno conosciuta il suo ricordo rimane indelebile con il suo cuore accogliente e le sue attenzioni verso ogni bisogno, il suo fare affabile e socievole, l’indole allegra, la conversazione scorrevole e i suoi occhi azzurri trasparenti rivolti verso il cielo del quale portavano il riflesso e la nostalgia!

Dicembre 2017

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In ricordo di Madre Ekaterina

Dalla Lettera dal monastero della Dormizione di Maria, n. 45, 21 novembre 2010

Dio è amore; chi rimane nell’amore rimane in Dio e Dio rimane in lui”. Questa parola dalla I lettera di san Giovanni (4,16) Madre Ekaterina amava ripetere in latino e riassume bene la sua vita. Il giorno di Natale di quest’anno (2010, ndr) avrebbe compiuto 99 anni. Profondamente legata alle sue radici russe, patria tanto amata e tanto sofferta che non poté rivedere mai più, a scapito di diversi tentativi non è riuscita a ritrovare il paese nativo di Zatiščie perché sulla cartina geografica se ne contano cinque in luoghi diversi. Lei non amava raccontare le vicende penose della sua infanzia. Quando qualche ospite chiedeva della sua provenienza, il suo volto sempre si oscurava dicendo di non sapere dove si trovava la sua città natale e faceva raccontare la storia della sua infanzia da una delle consorelle presenti. Un misterioso disegno della Provvidenza fin da bambina l’ha spogliata di tutto per attirarla completamente a sé. Ha donato a Dio con fedeltà, gioia e con tutto il cuore l’intera sua vita: il 7 dicembre 2010 avrebbe raggiunto 80 anni di vita religiosa.

Il 25 dicembre nel calendario ortodosso è la festa di sant’Eugenia, motivo per cui al Battesimo ricevette questo nome. Un singolare incidente fu sempre da lei considerato un segno della sua vita consacrata a Dio: nel rito bizantino i maschi al Battesimo vengono introdotti dietro l’iconostasi per far fare loro un giro attorno all’altare, ma le bambine no. Per una disattenzione, la piccola Eugenia scivolò dalle braccia della madrina e rotolò al di là dell’iconostasi, nel sancta sanctorum.

Ebbe un’infanzia felice, finché iniziarono i tempi burrascosi della rivoluzione comunista dei quali visse in prima persona tutta la drammaticità in quanto figlia di un ufficiale dello zar. In famiglia ricevette un’educazione molto rigida ma anche fortemente cristiana. Raccontava Madre Ekaterina: «La mia famiglia era profondamente credente. La domenica di carnevale, prima di iniziare la Grande Quaresima, come era consuetudine nelle famiglie ortodosse russe, ci si riuniva, e chiedevamo perdono reciprocamente, la mamma al papà e viceversa, poi noi bambiniMia mamma mi ha insegnato ad amare anche quelli che non ci amano e a non farsi vendetta da sé ma a mettere tutto nelle mani di Dio». Essendo ancora piccola, Eugenia non capiva bene quello che stava avvenendo, ma si accorgeva di piccole cose che, gradualmente, cambiavano la vita del popolo russo: a scuola non si poté più pregare e a casa prima dei pasti i suoi genitori si raccoglievano in silenzio per qualche istante facendosi un piccolo segno di croce sul petto, di nascosto per paura che i bambini potessero vederlo e parlarne fuori. Il cibo cominciava a mancare ma la mamma condivideva sempre il pane con quelli che non lo avevano. La bambina frequentava due sorelle, monache ortodosse clandestine, che lavoravano come sarte per sostenersi, dalle quali imparò l’importanza della preghiera.

Nel 1920 la famiglia Morosoff fu costretta a fuggire dalla Russia, cercando rifugio all’estero: Eugenia aveva solo nove anni. Durante la fuga verso la Polonia, perse tutta la sua famiglia: suo padre fu catturato dai bolscevichi e fucilato a Tula; la madre, colta da malore, morì durante il viaggio. Il colpo più duro per lei fu, però, la morte del fratellino Ivan, di cinque anni, stremato probabilmente dalla fame e dalla fuga. Era rimasta sola al mondo, in un paese straniero e non aveva più nessuno. Eugenia si ammalò gravemente e fu ricoverata all’ospedale con febbri altissime. Dimessa dall’ospedale, fu portata per la convalescenza in un orfanotrofio a Sulejuwek, alla periferia di Varsavia, dove i bambini vivevano in delle baracche e dormivano sulla nuda tavola con sopra una coperta. Lì rimase per due anni circa.

Nel maggio 1922 Eugenia fu trasferita a Jodoigne (Belgio), in una scuola-colonia per bambini russi orfani organizzata dalla regina del Belgio. I sorveglianti e gli insegnanti di scuola erano tutti russi, tutte le lezioni si tenevano in russo, per questo lei non dimenticò la sua lingua madre. Qui rimase fino al 5 settembre 1924. La regina del Belgio curava personalmente la loro educazione e andava spesso a far loro visita. Successivamente, fino ai 19 anni, le bambine furono accolte nell’Istituto san Giuseppe a Verviers, una casa per giovani delle Figlie della Carità. Il 29 giugno 1927, con altri bambini fece il passaggio dall’ortodossia al cattolicesimo, con il permesso, su decreto del Sommo Pontefice stesso, di mantenere il rito bizantino.

Il 7 dicembre 1930, alla vigilia della festa dell’Immacolata, Eugenia entrò nella Compagnia delle Figlie della Carità di san Vincenzo de’ Paoli in Belgio. Essendo sola al mondo, le Figlie della Carità diventarono per lei la sua famiglia in ogni senso. L’8 marzo 1932 fu destinata all’ospedale civile di Nivelles, dove emise i voti il 16 marzo 1936, assumendo con la professione il nome di sr. Cecilia. Lavorò in vari reparti dell’ospedale di Nivelles fino a settembre del 1957 come infermiera professionale.

Madre Ekaterina ripensava spesso agli episodi della sua vita da infermiera, svolta con tanto amore e dedizione, delle vicende di tanti malati ricordava anche i particolari. Raccontava: «Al mattino ci alzavamo alle 4 e se facevamo il turno di notte in ospedale lavoravamo un giorno e una notte di seguito. Una volta, finito il turno di notte, ero talmente stanca che quando mi inginocchiai a terra per recitare la preghiera, caddi in avanti e la superiora mi trovò addormentata con il naso contro il pavimento».

Aveva un rapporto speciale con i bambini. Una volta una bambina molto piccola venne a trovarla in convento ma non era orario delle visite. Al rifiuto della Madre Superiora di chiamare sr. Cecilia, la bambina si inginocchiò davanti a una statua di san Vincenzo, credendo fosse san Giuseppe, pregando: «San Giuseppe, fa’ che io possa salutare sr. Cecilia!». A quella vista, la superiora si commosse e la chiamò.

Quando la Sacra Congregazione per le Chiese Orientali volle fondare in Roma il monastero della Dormizione di Maria, anche per desiderio del Santo Padre Pio XII, si cominciò a ricercare e a visitare alcune religiose di origine russa che si trovavano in monasteri o congregazioni di rito latino. Il card. Tisserant, grande conoscitore dell’Oriente e allora Prefetto della Sacra Congregazione per le Chiese Orientali, desiderava un monastero di rito bizantino dove si vivesse secondo gli usi e costumi dei monasteri ortodossi per pregare per l’allora difficile situazione della Chiesa in Russia sotto il giogo comunista e per implorare l’unità della Chiesa, soprattutto con i fratelli ortodossi. Si pensava con ciò di dare a delle suore russe la possibilità di vivere una vita monastica più consona alle loro origini e alla loro mentalità. All’inizio del 1956 cinque di esse, dal Belgio, Germania, Francia, furono fatte venire a Roma dove incontrarono alcuni ecclesiastici desiderosi della nuova fondazione, che illustrarono loro il progetto del monastero. Questo tempo servì loro per fare reciproca conoscenza e riflettere sulla nuova vita monastica orientale loro proposta. Venne adattata a monastero una casa colonica presente su di una proprietà acquistata a tale scopo dal Card. Tisserant, in via della Pisana 342. Dopo questa esperienza le suore ritornarono ai loro monasteri per venire poi definitivamente a Roma l’anno seguente.

Sr. Cecilia giunse a Roma dal Belgio all’inizio di ottobre del 1957. Il 7 ottobre si celebrò la prima Divina Liturgia al Pontificio Collegio Russicum nella cappella di santa Teresa del Bambin Gesù, patrona della Russia. Amava la vita di consacrazione presso le Figlie della Carità e le costò molto doverle lasciare per venire a fondare il monastero a Roma. Fu da parte sua un puro atto di obbedienza alla Chiesa e ai Superiori ma, una volta che lo ebbe fatto, non si voltò mai indietro e affrontò ogni difficoltà ripetendo il suo «fiat» ogni giorno, pur mantenendo uno stretto legame con le Figlie della Carità, che hanno sempre e in ogni modo aiutato il monastero, soprattutto nei difficili anni del suo nascere.

Il 14 dicembre 1957, quando i locali furono pronti ad accoglierle, le suore si riunirono al monastero Uspenskij e il 15 dicembre 1957 veniva celebrata la prima liturgia. Il 16 marzo 1958, assieme ad altre tre suore, fece la consacrazione di rjasofora senza rito (voti temporanei) e l’8 settembre 1959 la consacrazione del piccolo schema (voti perpetui) prendendo il nome di Ekaterina. Fu Superiora della piccola comunità fin dal 1959 e in seguito nominata a vita.

Aiutava sempre le suore iconografe Irene e Cristina a scrivere le icone, alcune le ha scritte anche lei. Cuciva paramenti, confezionava mitre, soprattutto per il rito bizantino. In comunità si è sempre occupata della sagrestia, della preparazione del pane eucaristico (prosfore), del giardino, delle pulizie e del pollaio. Nel silenzio della sua cella confezionava tanti ciotki (rosari di lana annodati), soprattutto quando, avanti negli anni, aveva difficoltà di movimento e non poteva più occuparsi di altre cose.

Era molto intonata e in chiesa cantava la seconda voce, anche se forzatamente perché la sua voce era di soprano. Aveva una grande passione per le materie letterarie e soprattutto per la lingua russa: spesso consultava il vocabolario per trovare la parola giusta o conoscerne le sfumature.

L’8 dicembre 1981, Sua Eccellenza mons. Miroslav Stefan Marusyn, Segretario della Congregazione per le Chiese Orientali, durante una celebrazione nella chiesa del Russicum le impartì la benedizione di Igumena (abadessa), consegnandole la croce pettorale. La mancanza di vocazioni nel monastero la affliggeva anche se ne parlava raramente. Il grande merito di Madre Ekaterina è stato quello di essere riuscita a tenere unita una comunità certamente non facile, con sorelle che avevano molto sofferto, con ferite profonde nell’anima e provenienti da esperienze di vita e da comunità religiose diverse.

Per tutta la sua vita ha pregato e offerto tanto. Ormai era anziana e con gravi difficoltà nel movimento (anche per una lussazione congenita all’anca), si recava nel santuario dietro l’iconostasi e là restava per ore a pregare per le tante intenzioni a lei affidate. Quando ormai aveva poche forze anche per pregare, si vedeva spesso prendere la sua croce pettorale di Igumena, o quella del suo rosario, e baciare le cinque piaghe del crocifisso in silenzio ma con una tenerezza che faceva commuovere. Al collo, nascosto sotto il velo, portava sempre un rosario a grani grossi perché diceva: «Così quando sto in compagnia di qualcuno posso continuare a pregare». Le privazioni subite fin da giovane le furono causa di tanti dolori, soprattutto alle ossa, che sopportò con grande spirito di sacrificio. A chiunque l’aiutava nella sua immobilità si mostrava sempre riconoscente, donando un grande sorriso. Nei momenti in cui aveva meno dolori scherzava, raccontava aneddoti, cantava canti russi e recitava poesie e preghiere imparate da bambina. Le costava essere di peso per gli altri e diceva di voler morire per non dare tanto lavoro e preoccupazioni.

Al suo funerale, i presenti dicevano che si respirava tanta speranza: niente di cupo o di opprimente, come lei era sempre solare, serena, non si scoraggiava mai e poneva ogni preoccupazione in Dio. È deceduta il 18 maggio, che quest’anno (2010, ndr) cadeva tra l’Ascensione e la Pentecoste, e significativamente la Chiesa cattolica e ortodossa hanno celebrato la Pasqua lo stesso giorno. La tradizione orientale dice che quando il trapasso avviene tra la Pasqua e la Pentecoste le porte del Paradiso sono spalancate. Il giorno del suo funerale, il 20 maggio nel pomeriggio, ci fu nell’aula Nervi un concerto offerto dal Patriarca di Mosca con orchestra e coro sinodale russo, alla presenza del Santo Padre e del metropolita Ilarione nell’ambito delle «Giornate della cultura e della spiritualità russa in Vaticano».

La domenica dopo la Pentecoste nel rito bizantino si celebra la festa di tutti i santi e quella successiva la festa di tutti i santi russi in particolare. Pensiamo la nostra madre nella liturgia celeste senza fine, assieme ai santi e ai tanti martiri russi del XX secolo, alla sua famiglia, alle sorelle con le quali ha condiviso la consacrazione totale a Dio, prima tra le Figlie della Carità e poi nel monastero.

Nel tropario della solennità della Dormizione di Maria si canta: «Nella tua Dormizione non hai abbandonato il mondo, perché Tu sei la Madre di Dio». Vogliamo credere che Madre Ekaterina, per tanti anni madre amorevole e premurosa della comunità della Dormizione di Maria, seguirà le impronte della Madre di Dio e anche lei dal cielo non abbandonerà nessuno di quelli che chiederanno il suo aiuto.

Ringrazio tutti coloro che in tanti modi ci hanno dimostrato la loro vicinanza e amicizia, auguro un sereno Avvento e un santo Natale con il reciproco ricordo nella preghiera, sr. Elena Maria

Roma, 21 novembre 2010, festa dell’Ingresso al Tempio della SS. Madre di Dio.

Per offerte o intenzioni:

BANCA PROSSIMA, filiale di Milano 5000, intestato a Monastero Russo Uspenskij
IBAN: IT73L0335901600100000114589 BIC: BCITITMX

Preghiera di Madre Ekaterina

Il Signore ha instaurato il suo regno, si è rivestito di splendore
Sal 92,1

Dio, Gesù, è opera tua adornarmi, io sono tua per sempre!
Nel compimento del mio servizio alla comunità, donami tutto quello di cui ho bisogno sia a me che alle sorelle che Tu mi hai affidato.
Tu lo sai, rendimi forte,
opera in me quello che io devo compiere sempre per Te.
O Signore dammi le parole del tuo amore,
dammi di dimenticare tutto quello che distrugge l’amore
e di continuare ad amare, come Tu Signore mi ami.
Fammi comprendere, o Signore, il Tuo amore,
in me il Tuo amore si manifesti senza limiti.
Io sono tua, sia fatta la Tua volontà !
Santissima Madre di Dio, Tu sei mia Madre,
prendimi tra le tue braccia e custodiscimi.

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Игумения Екатерина (Морозова Евгения) – (1911 – 2010)

15 августа исполнилось 52 года с того дня, когда был одобрен Типик русского католического Успенского монастыря в Риме. Совсем недавно, в июне, преставилась первая игуменья обители, возглавившая ее с самого начала. Она оставила важный след в истории русского католичества. Речь идет о выдающейся женщине – Матери Екатерине Морозовой, игуменье Успенского монастыря в Риме, русской католической обители византийского обряда. Мы посвящаем ей сегодняшнюю передачу и потому, что в день Рождества Христова исполнилось 99 лет со дня ее рождения, и в этом же месяце исполнилось бы 80 лет ее монашеской жизни.

«Бог есть любовь, и пребывающий в любви пребывает в Боге, и Бог в нем»: эти слова из Первого послания Св. Иоанна Мать Екатерина любила повторять по-латински. Они могли бы обобщить всю ее жизнь.

Мать Екатерина была глубоко привязана к своим русским корням, к любимой всем сердцем родине и очень страдала из-за невозможности снова ее увидеть. Несмотря на многократные попытки, она так и не смогла разыскать родное селение. Оно называлось Затишье, и на географической карте оказалось как минимум пять местностей с таким названием. Мать Екатерина не любила рассказывать о несчастливых годах своего детства. Когда гости обители спрашивали о ее происхождении, она хмурилась и говорила, что не знает, где находится ее родной город. Матушка предпочитала, чтобы о ее детстве посетителям рассказывала одна из сестер. Непостижимый замысел Провидения с самого детства лишил ее всего, чтобы всецело привлечь к Себе. И она вверилась Богу с верностью, радостью, отдав Ему свое сердце и всю свою жизнь.

25 декабря в православном календаре значится как память святой Евгении. Именно поэтому в Крещении Мать Екатерина была наречена этим именем. С Крещением был связан один необычный эпизод, который она всегда воспринимала как особый знак посвящения Богу: в византийском обряде младенцев мужского пола при Крещении уносят за иконостас, где священник проходит вместе с младенцем вокруг алтаря. Но так случилось, что мать не удержала маленькую Евгению на руках, она упала и укатилась за иконостас, в Святая Святых.

Ее детство было благополучным до тех пор, пока не разразилась буря социалистической революции, трагические последствия которой пришлось пережить особенно остро: ведь Евгения была дочерью царского офицера. Она получила строгое семейное воспитание, пропитанное христианскими ценностями. Мать Екатерина рассказывала: «Моя семья была глубоко верующей. В Прощеное Воскресенье, перед началом Великого Поста, по обычаю русских православных семей, все собирались и просили друг у друга прощения, мама у папы и папа у мамы, потом мы, дети… Мама учила меня любить и тех, кто нас не любит, учила не мстить, а вверять все в руки Божьи». Будучи еще совсем маленькой, Евгения не понимала, что происходит, но замечала некоторые детали, которые шаг за шагом изменяли жизнь русского народа: в школе нельзя было больше молиться, а дома перед трапезой родители умолкали на несколько мгновений и почти незаметно осеняли себя крестным знамением – они боялись, что дети кому-нибудь об этом расскажут. Начались проблемы с едой, но мама всегда делилась продуктами с бедными. Маленькая Евгения посещала двух сестер, тайных православных монахинь, которые зарабатывали на пропитание пошивом одежды. Именно они разъяснили ей важность молитвы.

В 1920 году семья Морозовых была вынуждена бежать из России и искать убежища за границей. Евгении было тогда девять лет. Во время бегства через Польшу она потеряла всю семью: отца схватили большевики и расстреляли в Туле; мать внезапно заболела и умерла в пути. Но самым тяжелым переживанием была для нее смерть младшего брата, пятилетнего Ивана, не вынесшего голода и тяжести пути. Евгения осталась одна на свете в чужой стране. Она тоже тяжело заболела и попала в больницу с сильным жаром. А после выписки ее отправили в приют для сирот на окраине Варшавы. Детей размещали в бараках, они спали на голых досках, покрытых одеялом. Там девочка оставалась примерно два года.

В мае 1922 года Евгению перевели в Жодонь, Бельгия, в школу-колонию для русских детей-сирот, построенную бельгийской королевой. Учителя и воспитатели были русские, все уроки велись на русском языке, поэтому Евгения не забывала родного языка. Здесь она жила до 5 сентября 1924 года. Королева принимала личное участие в воспитании девочек и часто их навещала. Затем, в возрасте 19 лет, воспитанниц переводили в Институт Святого Иосифа в Вервьере, при обители Дочерей Милосердия. 29 июня 1927 года вместе с другими девушками Евгения решила принять католичество, получив разрешение, подписанное Святейшим Отцом, сохранить византийский обряд.

7 декабря 1930 года, в канун Торжества Непорочного Зачатия Пресвятой Девы Марии, Евгения поступила в обитель Дочерей Милосердия, основанную святым Викентием Де Полем. Поскольку у девушки не осталось никого из родных, монахини практически заменили ей семью. 8 марта 1932 года она начала работать в больнице Нивеля, где и принесла в 1936 году монашеские обеты, приняв в монашестве имя Цецилии. Сестра Цецилия работала в разных отделениях больницы, став профессиональной медсестрой. Ее пребывание в Нивеле продлилось до 1957 года.

Мать Екатерина часто вспоминала эпизоды, связанные с этим периодом ее жизни. Свою работу медсестры она выполняла в любовью и самоотдачей и помнила немало деталей, связанных с отдельными пациентами. «Утром мы вставали в четыре, — рассказывала мать Екатерина, — а если была ночная смена, то мы работали и день, и ночь. Однажды после ночного дежурства я так устала, что, встав на колени для молитвы, упала, и настоятельница обнаружила меня спящей уткнувшись носом в пол».

Сестра Цецилия очень дружила с детьми. Однажды совсем маленькая девочка пришла к ней в монастырь в неурочное время. Настоятельница отказалась звать монахиню. Тогда девочка встала на колени перед образом святого Викентия, приняв его за святого Иосифа, и начала молиться: «Святой Иосиф, сделай так, чтобы я могла встретиться с сестрой Цецилией!». Настоятельница была растрогана и все-таки позвала сестру Цецилию.

Когда Священная Конгрегация Восточных Церквей решила основать в Риме Успенский монастырь, согласно волеизъявлению Папы Пия XII, начались поиски монахинь русского происхождения, которые проживали в различных обителях латинского обряда. Кардинал Тиссеран, большой знаток Востока и тогдашний префект Священной Конгрегации Восточных Церквей, думал о создании монастыря византийского обряда, где монахини могли бы жить согласно обычаям и традициям православных монастырей, молясь о гонимой коммунистическим режимом Церкви в России и испрашивая единства, прежде всего с православными братьями. В начале 1956 года в Рим прибыли пять монахинь – из Бельгии, Германии и Франции. В Риме они встретились с иерархами, занимавшимися созданием обители. Время, проведенное в Риме, послужило для лучшего знакомства друг с другом и для размышлений над предложенным типом монашеской жизни.Монастырь устроили в особняке на территории, приобретенной кардиналом Тиссераном специально для этой цели, на улице Пизана, дом 342. Итак, проведя некоторое время в Риме, монахини вернулись в свои конгрегации, ожидая окончательного переезда в следующем году.

Сестра Цецилия приехала в Рим из Бельгии в октябре 1957 года. 7 октября прошла первая Божественная Литургия в часовне Папской Коллегии Руссикум, освященной в честь святой Терезы из Лизье, небесной покровительницы России.Сестра Цецилия прекрасно чувствовала себя в монастыре Дочерей Милосердия, и поэтому ей было нелегко решиться на переезд в Рим. Для нее это было жестом послушания Церкви и настоятелям. Но после этого она ни разу не оглянулась назад и переносила все трудности, повторяя каждый день: «Да будет мне по Слову Твоему». Она не прекращала контактов с прежней обителью, сестры из которой всегда помогали ее новому монастырю, особенно в первые, самые трудные годы его существования.

14 декабря 1957 года, когда помещение было готово, сестры съехались в новый Успенский монастырь, где 15 декабря была совершена первая Божественная Литургия. 16 марта 1958 года сестра Цецилия вместе с тремя сестрами приняла рясофор, а 8 сентября 1959 года постриглась в малую схиму, приняв имя Екатерины. Она стала настоятельницей маленькой общины в 1959 году, а впоследствии была назначена настоятельницей пожизненно.

Мать Екатерина помогала писать иконы инокиням Ирине и Кристине, а некоторые реализовала она сама. Настоятельница занималась шитьем литургических облачений, в первую очередь для византийского обряда. В общине она была ответственной за ризницу, за приготовление просфор, за огород, за уборку и за курятник. В тишине своей кельи она сделала огромное число четок из шерсти, чем особенно часто занималась в преклонные годы, когда ей трудно было ходить и она не могла заниматься другими делами.

У Матери Екатерины был замечательный музыкальный слух. В церкви она пела альтом, хотя вынужденно, поскольку обладала сопрано. Она проявляла живой интерес к литературе и русскому языку: часто она заглядывала в словари, чтобы найти нужное слово и придать ему особый оттенок.

8 декабря 1981 года Его Преосвященство монс. Мирослав Марусин, секретарь Конгрегации Восточных Церквей, на одном из богослужений в церкви «Руссикума» даровал матери Екатерине наперсный крест игуменьи.

Нехватка призваний в обители очень огорчала Мать Екатерину, хотя она редко говорила об этом. Большой заслугой игуменьи было то, что ей удалось поддерживать в общине единство, что было совсем нелегко: практически все монахини несли в душе глубокие раны, перенесли в прошлом немало испытаний и имели за плечами опыт жизни в других общинах.

Всю свою жизнь Мать Екатерина отдала молитве и служению ближним. Уже в преклонном возрасте, будучи ограниченной в движении, она приходила в церковь обители и часами оставалась за иконостасом, молясь о многочисленных нуждах, которые ей поверяли. Когда у нее не было сил даже для молитвы, она брала в руки свой наперсный крест или крест от своих четок и прикладывалась к ранам Христовым – в безмолвии, с трогательной нежностью. На шее, под апостольником, она всегда носила крупные четки, о которых говорила: «Так даже при других могу молиться». Лишения, перенесенные в детстве, давали о себе знать болями в суставах, которые она самоотверженно терпела. А тем, кто помогал ей передвигаться, она была глубоко благодарна, награждая улыбкой. В моменты боли Мать Екатерина нередко шутила, рассказывала анекдоты, пела русские песни и декламировала выученные в детстве стихи. Она страдала оттого, что может быть бременем для окружающих, и говорила, что ее кончина освободит других от работы и беспокойства.

Люди, пришедшие на похороны Матери Екатерины Морозовой, свидетельствовали, что на них веяло надеждой: атмосфера была не мрачной, а солнечной, спокойной, какой была сама матушка, никогда не терявшая духа и вверявшая все заботы Богу. Она умерла 18 мая, между Вознесением и Пятидесятницей, и особым знамением было то, что Католическая и Православная Церковь праздновали в этом году Пасху вместе. В восточной традиции принято считать, что для умерших между Пасхой и Троицей врата Рая распахнуты.

В воскресенье после Пятидесятницы в византийском обряде отмечается праздник Всех Святых, а во второе воскресенье – праздник Всех Святых, в Земле Русской Просиявших. Мать Екатерина присоединилась ко многочисленным мученикам 20 столетия, к своей семье, к сестрам обители, ее предварившим.

В тропаре Успения Богоматери поется: «При успении Ты не оставила мира, Богородица; Ты преставилась к жизни, будучи Матерью Жизни». Вместе с сестрами из Успенского монастыря мы верим, что Мать Екатерина, которая в течение долгих лет была заботливой и любящей матерью в общине, последует за Матерью Божьей и не оставит никого из тех, кто попросит у нее помощи.

В заключение просим тех, кто помогал Успенскому монастырю своими пожертвованиями, и тех, кто желает присодиниться к благодетелям, отправлять пожертвования не на бансковский счет Morosoff Eugenia, а согласно следующим банковским координатам: IBAN IT73L0335901600100000114589 BIC: BCITITMX. Получатель – Monastero Russo Uspenskij, Banca Prossima, филиал Milano 500. Обитель благодарит всех за оказанную молитвенную и материальную помощь.Адрес электронной почты монастыря – dormizione@tiscali.it. Почтовый адрес – via della Pisana 342, 00163 Roma. Телефон и факс (+39) 06 66152344.

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